Sabato 16 Dicembre 2017
Giovedì

5
Ottobre 2017

Citazione:

Ciò che il bruco chiama "fine del mondo", per il resto del mondo è una bellissima farfalla.   (L. Tze)

Santa Maria Faustina Kowalska Vergine

Glogowiec, Polonia, 25 agosto 1905 - Cracovia, Polonia, 5 ottobre 1938

Una suora che parla della misericordia divina e del dovere nostro di “usare misericordia”. Dov’è la novità? All’insegna della Misericordia è nato un gran numero di comunità, istituzioni, gruppi, in ogni tempo. Sì, ma suor Faustina Kowalska, sotto questa insegna, fa nascere un grandioso movimento spirituale proprio tra i due momenti meno misericordiosi della storia: le guerre mondiali.

Nata in un villaggio polacco e battezzata col nome di Elena, è la terza dei 10 figli di Marianna e Stanislao Kowalski. Che sono contadini poveri, nella Polonia divisa tra gli imperi russo, tedesco e austriaco. Lei fa tre anni di scuola, poi va a servizio. Pensava di farsi suora già da piccola, ma realizza il progetto solo nell’agosto 1925: a Varsavia – ora capitale della Polonia indipendente – entra nella comunità della Vergine della Misericordia, prendendo i nomi di Maria Faustina.
E fa la cuoca, la giardiniera, la portinaia, passando poi per varie case della Congregazione (tra cui, quelle di Varsavia, Vilnius e Cracovia). Ma al tempo stesso è destinataria di visioni e rivelazioni che i suoi confessori le suggeriscono di annotare in un diario (poi tradotto e pubblicato in molte lingue). E tuttavia non crede che questi fatti straordinari siano un marchio di santità.

Lei scrive che alla perfezione si arriva attraverso l’unione intima dell’anima con Dio, non per mezzo di “grazie, rivelazioni, estasi”. Queste sono piuttosto veicoli dell’invito divino a lei, perché richiami l’attenzione su ciò che è stato già detto, ossia sui testi della Scrittura che parlano della misericordia divina e poi perché stimoli fra i credenti la fiducia nel Signore (espressa con la formula: Gesù, confido in te) e la volontà di farsi personalmente misericordiosi.
Muore a 33 anni in Cracovia. Beatificata nel 1993, è proclamata santa nel 2000 da Giovanni Paolo II. Le reliquie si trovano a Cracovia-Lagiewniki, nel santuario della Divina Misericordia.

Quizzando:

Che cosa inventò Evangelista Torricelli?


Soluzione al quiz di ieri:

Sul Monte Rushmore, negli stati uniti sono scolpiti i volti di quattro famosi Presidenti, quali?
R: Washington, Jefferson, Lincoln e Roosevelt

Oggi avvenne:


1989: Al Dalai Lama viene assegnato il Nobel per la pace.
La decisione, accolta favorevolmente in tutto il mondo, Cina esclusa, è dovuta al grande impegno nella sua lotta per la liberazione del Tibet portata avanti "usando come sole armi la verità, il coraggio e la determinazione" e opponendosi sempre alla violenza.


La serva padrona

intermezzo buffo di Giovan Battista Pergolesi

 
Composta su libretto di Gennaro Antonio Federico, fu rappresenta per la prima volta il 28 agosto 1733 al Teatro San Bartolomeo di Napoli, quale intermezzo all'opera seria Il prigionier superbo, dello stesso Pergolesi, destinata a non raggiungere neppure lontanamente la fama de La serva padrona. Alla prima rappresentazione è attribuito a tutti gli effetti l'inizio del nuovo genere dell'Opera Buffa.

Intermezzo 1
Anticamera
Uberto, svegliatosi da poco, è arrabbiato perché la serva Serpina tarda a potargli la tazza di cioccolata con cui è solito iniziare la giornata (Aspettare e non venire) e perché il servo, Vespone, non gli ha ancora fatto la barba. Invia quindi il garzone alla ricerca di Serpina e questa si presenta dopo un po’ di tempo, affermando di essere stufa e pretendendo, pur essendo una serva, di essere rispettata e riverita come una vera signora. Uberto perde la pazienza e intima alla giovane di cambiare atteggiamento (Sempre in contrasti con te si sta). Serpina, non troppo turbata, si lamenta a sua volta di ricevere solo rimbrotti nonostante le continue cure che offre al padrone e gli intima di zittirsi (Stizzoso, mio stizzoso).
Uberto va in collera e decide di prendere moglie per avere qualcuno che possa riuscire a contrastare la serva impertinente. Ordina perciò a Vespone di andare alla ricerca di una donna da maritare e chiede che gli vengano portati gli abiti ed il bastone per uscire. Per tutta risposta, Serpina gli intima di rimanere a casa perché ormai è tardi e gli dice che, se si azzarda ad uscire, lei lo chiuderà fuori. Inizia un vivace battibecco, che evidentemente è già avvenuto altre volte, in cui Serpina chiede al padrone di prenderla in moglie, ma Uberto rifiuta con risolutezza (Duetto Lo conosco a quegli occhietti / Signorina v'ingannate).
 
Intermezzo 2
Stessa Anticamera
Serpina ha convinto Vespone, con la promessa che sarà un secondo padrone, ad aiutarla nel suo proposito di maritare Uberto. Vespone si è perciò travestito da Capitan Tempesta ed attende di entrare in scena.
 
Serpina cerca di attirare l’attenzione di Uberto, rivelandogli di aver trovato marito e che si tratta di un soldato chiamato Capitan Tempesta. Uberto, pur dolorosamente colpito dalla notizia, cerca di dissimulare deridendo la serva ma si lascia sfuggire, alla fine del recitativo, che, nonostante tutto, nutre nei suoi confronti un certo affetto e che sentirà la sua mancanza. Serpina, rendendosi conto di essere vicina alla vittoria, dà la stoccata finale usando la carta della pietà, e gli chiede di non dimenticarsi di lei e di perdonarla se a volte è stata impertinente (A Serpina penserete). Terminata l’aria, Serpina chiede ad Uberto se vuole conoscere il suo sposo ed egli, a malincuore, accetta. Serpina esce fingendo di andare a chiamare il promesso sposo. Uberto rimasto solo si interroga e, pur rendendosi conto di essere innamorato di Serpina, sa che secondo i rigidi canoni dell’epoca è impensabile che un nobile possa prendere in moglie la propria serva (Son imbrogliato io già). I suoi pensieri sono interrotti dall'arrivo di Serpina in compagnia di Vespone/Capitan Tempesta. Uberto è al tempo stesso incredulo e geloso. Il Capitano, che non parla per non farsi riconoscere, per bocca di Serpina intima ad Uberto di pagarle una dote di 4.000 scudi oppure il matrimonio non avverrà e sarà invece Uberto a doverla maritare. 
Di fronte alle proteste di quest'ultimo, il militare minaccia di ricorrere alle maniere forti, al ché Uberto cede e acconsente a prendere Serpina in moglie. Vespone rivela la sua vera identità ma il padrone, felice ormai di come siano andati i fatti, lo perdona. L'opera si conclude con la frase che è la chiave di volta di tutta la vicenda: E di serva divenni io già padrona.









 
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